L’obsolescenza programmata sostiene il modello economico basato sul consumo continuo, generando costi aggiuntivi per i consumatori e riducendo la concorrenza nel mercato. Oltre a questo, la dipendenza da prodotti a breve termine incentiva la cultura dell’usa e getta, limitando la consapevolezza da parte delle persone, sui reali bisogni di consumo. Il terzo problema inerente alle conseguenze negative di tale modello risiede nell’aumento dei rifiuti elettronici con oltre 50 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti ogni anno nel mondo.
L’obsolescenza programmata rappresenta una delle strategie industriali più controverse del XX e XXI secolo, avendo un impatto significativo sull’economia, sull’ambiente e sulla società.
Si tratta della pratica industriale che consiste nella progettazione deliberata di prodotti con una durata di vita limitata per incrementare il ciclo di sostituzione e stimolare la domanda di mercato. Questo fenomeno si è sviluppato con l’industrializzazione e si è intensificato con l’espansione dell’economia di consumo. Tuttavia, l’accelerazione della produzione e dello smaltimento ha sollevato importanti questioni etiche ed ecologiche, spingendo istituzioni e governi a intervenire per mitigarne gli effetti.
Il primo esempio documentato di obsolescenza programmata risale al 1924, quando i principali produttori di lampadine (tra cui General Electric, Osram e Philips) formarono il Cartello Phoebus: l’accordo prevedeva la limitazione della durata delle lampadine a 1.000 ore di utilizzo, nonostante fossero disponibili tecnologie per realizzare lampade più durature.
Nel 1932 si deve a Bernard London la teorizzazione dell’obsolescenza programmata poiché durante la Grande Depressione, l’economista la propose come strategia per stimolare l’economia e ridurre la disoccupazione. Sebbene la sua proposta non fosse accolta ufficialmente, l’idea influenzò il mondo industriale.
Più di vent’anni dopo, il designer industriale Brooks Stevens sviluppò il concetto di “obsolescenza percepita”, ovvero la creazione di prodotti che diventano rapidamente obsoleti a livello estetico o tecnologico, anche se ancora funzionanti. Questo approccio fu adottato da industrie come quella automobilistica e della moda.
Arrivati agli anni ’60-’80, l’espansione del consumo introduce la prima visione critica della pratica industriale: con la diffusione della società dei consumi nel dopoguerra, la produzione di beni con ciclo di vita breve divenne una prassi diffusa. Tuttavia, l’aumento dei rifiuti e la crisi energetica degli anni ’70 portarono alla nascita dei primi movimenti ambientalisti che criticavano l’obsolescenza programmata.
L’obsolescenza programmata nell’era digitale
Con l’avvento dell’elettronica di consumo (anni Novanta) e la crescita del settore tecnologico, molti dispositivi elettronici iniziarono a incorporare componenti non sostituibili (es. batterie integrate nei telefoni cellulari), aumentando la difficoltà di riparazione e accorciando il ciclo di vita dei prodotti.
Nel 2017, Apple fu coinvolta in uno scandalo relativo alla riduzione intenzionale delle prestazioni di vecchi modelli di iPhone tramite aggiornamenti software, portando a cause legali e multe da parte di vari enti regolatori.
L’obsolescenza programmata divenne un tema centrale nel dibattito pubblico, con la nascita di movimenti come il “Right to Repair“, che chiedeva ai produttori di garantire la riparabilità dei dispositivi elettronici e l’accesso ai pezzi di ricambio.
Quadro normativo e prospettive future
Tra le risposte regolatorie e le politiche di contrasto, si possono annoverare: la direttiva Europea EcoDesign (2009) che impone standard di efficienza e durata per gli elettrodomestici, le leggi sul diritto alla riparazione (2021-2023) grazie alle quali Stati Uniti, Unione Europea e altri paesi hanno introdotto normative per garantire ai consumatori il diritto di riparare i propri dispositivi.
Infine, ci sono le iniziative legislative che promuovono modelli di produzione più sostenibili e incentivi per la produzione di beni durevoli.
L’obsolescenza programmata, pur essendo ancora presente in molte industrie, sta affrontando una crescente pressione normativa e sociale.
Le prospettive future includono:
- Innovazione tecnologica per la sostenibilità: Prodotti modulari e progettati per una maggiore durabilità.
- Espansione del concetto di economia circolare: Un maggiore focus sul riciclo, riuso e riparabilità.
- Maggiore consapevolezza dei consumatori: Un ruolo attivo nella scelta di prodotti sostenibili e riparabili.
L’eliminazione dell’obsolescenza programmata è una sfida complessa, ma la combinazione di regolamentazione, innovazione e scelte consapevoli da parte dei consumatori può portare a un sistema economico più equo e sostenibile.